Sul viaggiare leggero

Ho pensato parecchio all’argomento del secondo post di maggio. Perché quello che mi sta a cuore scrivere è forse troppo discorsivo, o serio, o filosofico, o solo blabla. Ma Izn mi ha dato carta bianca, e così ho la fortuna di seguire l’istinto, e la necessità. Perché, se è vero che il lettore-medio del Pasto Nudo è molto consapevole, per quanto riguarda il nutrimento del proprio cervello (e del proprio corpo), è vero anche che, ultimamente, parecchie persone (beh, sì, parecchie) mi chiedono delle cose dandone per scontate altre. Che scontate non sono.

stagionalità primavera

Una mia conoscente, per esempio, mi ha chiesto come si chiama il blog macrobiotico per il quale scrivo. Un altro (appassionato frequentatore di queste pagine, peraltro) mi ha detto che sì, legge le etichette, ma che però lui vegetariano come me non ce la farà mai, a diventarlo. Allora mi sono fermata, perché ho pensato di essermi espressa male. E per 16 volte.

Ho riletto tutti i post scritti finora. Prima cosa: dò per scontato che i lettori siano giá passati per l’introduzione di Izn. Forse perché è la prima cosa che faccio io, quando visito un blog o un sito internet. Ecco, io la condivido in tutto. Anche perché, altrimenti, non ci scriverei, qui. Poi, stupidamente, penso che i lettori abbiano già letto pure la mia, di presentazione.

Però, sarà maggio, sarà che è tempo di pulizie e chiarimenti, sarà che sono anche stufa di gente che mi fa sentire in colpa perché non compero compero compero e così l’economia non riprende e per colpa mia e di quelli come me l’Italia non uscirà mai dalla crisi. Sarà che penso spesso, ultimamente, all’auto-limitazione cosciente auspicata più di vent’anni fa da Alex Langer. Fatto si è che ho bisogno di scrivere del significato del titolo di questa rubrica.

Non ho scelto di viaggiare leggera. Ho scelto di seguire l’uomo che amo, istintivamente, sventatamente, lasciando le cose alle quali ero abituata da trentaquattro anni. E mi accorgo solo ora che, dal punto di vista alimentare, sono stata educata abbastanza bene. I miei genitori non sanno nulla di chimica e nutrienti, non sanno quali cibi contengono gli Omega3 o l’acido folico. Si fidano semplicemente di quello che i loro genitori ed i genitori dei loro genitori hanno portato in tavola per generazioni. Del tutto inconsapevolmente. Anzi, no: consapevoli del fatto che, se generazioni e generazioni avevano sperimentato e sperimentato e si erano fatte venire il mal di pancia ed alcuni erano persino morti, magari, per aver mangiato il fungo sbagliato, era abbastanza stupido deviare ed allontanarsi troppo dalle indicazioni ricevute.

Perché, allora, ad un certo punto della mia vita, ho iniziato a far colazione con brioches e cappuccino, e non con pane e marmellata (fatti in casa), come mia madre? O a comperare cioccolate, o affettati in dose plurisettimanale? Il divertente di tutto questo è che i miei genitori, nel frattempo, continuano imperterriti per la loro strada alimentare, senza spostarsi di un millimetro. Come se avessero una sorta di radar, o di bussola. Una sicurezza vecchia di generazioni che nemmeno la pubblicitá piú martellante e luccicosa può scalfire. E mia madre sembra non sentirli proprio, i richiami delle sirene dagli scaffali del supermercato. Ma come? Ipnotizzano solo me?

Qui, invece, appena arrivata, ho iniziato a mangiare come i miei vicini. Perché mi hanno sempre detto che si deve mangiare quello che mangia la gente del posto. Ed io, moooolto naif, ho copiato una generazione stordita, che (per motivi socio-culturali complessi) voleva cancellare un passato pesante, anche dal punto di vista alimentare. L’ex-ddr medio: un individuo che (a parte la storia delle banane), non ha mai avuto la possibilità di strafogarsi di merendine e patatine surgelate prefritte e precotte. Fino alla caduta del muro, quando ci si è buttato a pesce (ma di quei pesci tagliati a bastoncini e impanati e fritti).

Eccomi qui, esposta al pubblico ludìbrio, senza vergogne, a mò di donna baffuta sotto il tendone del circo: ebbene sì, sono un esempio di quello che gli studiosi chiamano transizione nutrizionale. In parole semplici, come quelle che usa il professor Giovannangelo Oriani (che ammetto a me sconosciuto fino a mezz’ora fa): “aumento del consumo di alimenti ad alta densità calorica (=troppe calorie per unità di peso) e sedentarietà”. Punto. Tutto qui. Mangiare meno (e meno concentrato) e alzare il culo da questa sedia (scusate l’eufemismo).

La definizione che lui dà di transizione nutrizionale mi ha imbarazzata: “Gli investimenti nella ricerca agroalimentare ed i notevoli progressi nelle tecnologie di produzione hanno portato ad un drammatico aumento della disponibilità di alimenti […] pur senza risolvere il problema della denutrizione nei paesi in via di sviluppo. […] La transizione nutrizionale è caratterizzata dagli enormi cambiamenti che si sono verificati negli ultimi vent’anni del 20° secolo sia nella dieta che nell’attività fisica. Le società moderne sembrano convergere su una dieta ricca di grassi saturi, di zuccheri aggiunti, di più prodotti di origine animale, ma povera in fibre e su uno stile di vita caratterizzato da scarsi livelli di attività fisica.”

Ecco. A differenza dei miei genitori, che ancora oggi camminano quotidianamente almeno mezz’ora e lavorano i campi, a me, nei primi anni di vita baltica, tra isolamento sociale e territoriale, ha fatto difetto il movimento fisico. Che è quello che salva i tedeschi dall’estinzione tipo dinosauri, visto che fin dalla scuola materna sono sempre all’aria aperta, a piedi o in bici, con qualsiasi temperatura e condizione atmosferica. E il loro motto è: “Non esiste brutto tempo. Esistono solo indumenti non adeguati”. Adoro questa frase.

Per rispondere alla domanda del lettore: no, non sono vegetariana (semmai, flexitariana). Ma sto cercando di eliminare tutto ciò che non è carne. Almeno nel senso in cui la intendevano i miei genitori. Cerco di mangiare carne non industriale e, soprattutto, *in quantità* non industriale. E così cerco di fare con tutto quello che fa sì che io sia quella che sono.

Certo, è complicatissimo. Bisogna fare delle scelte. Di vita. Di lavoro. Di posto in cui vivere. Due settimane fa, dopo un’ora di giochi in spiaggia con 5 gradi e vento freddo, mi è venuta voglia di biscotti, o di qualcosa di dolce. Sono entrata nel negozietto biologico lì vicino, e ne sono uscita a mani vuote. Perché non c’era nulla di dolce che non contenesse sciroppo di glucosio (*oltre* allo zucchero, chiaramente) o indistinti grassi vegetali. E io, se non so quello che compero, non compero. Nei limiti dell’umana sopravvivenza, che mica sono morta: no, sono tornata a casa e ho pasticciato una torta con quella piccola esperimentatrice (come dice lei) in miniatura che è mia figlia. Quindi, non è nemmeno un fatto di bio o non bio. Perché anche il bio si è industrializzato, e ci si deve districare anche con quelle, di etichette, ora.

Mancano le indicazioni alimentari per una generazione alla quale non sono mai state tramandate. Per dimenticanza? Per vergogna? E chi, oltre ai genitori, ha la responsabilità di educare i giovani ad un corretto stile di vita? Chi deve fornirci gli strumenti per scegliere tra il cibo vero ed i 17.000 (sì, diciassettemila) nuovi *prodotti alimentari* che ogni anno vengono immessi sul mercato? La scuola? Lo Stato? Una volta era codificato dalle tradizioni religiose (determinati giorni di digiuno, di assenza di proteine animali e di dolci o alimenti troppo calorici o dannosi per il corpo). Oggi, almeno per quanto riguarda la religione cattolica, non ci si fa più caso. Mia madre, alla quale ho chiesto lumi, mi ha risposto che la Chiesa ha detto che non occorre più digiunare, in Quaresima. Ora, lungi da me dare la colpa a Ratzinger dell’obesità crescente dei bambini italici. Ma chi ci guadagna, da tutta questa ignoranza? E chi ci perde?

Per questo ho deciso di viaggiare leggera. Non mi sento più in colpa se non consumo. Se non acquisto. Se ogni volta, prima di comperare qualcosa, mi chiedo se ne ho davvero bisogno. Accendo la televisione e mi sento dire che se non compero devono chiudere le fabbriche. Ora: se per trent’anni ci hanno fatto credere che *dovevamo* avere bisogno di merendine e bevande gassate e sottilette (le sottilette… una delle cose più inutili del mondo… ma ero l’unica che si faceva i toast con le sottilette ed il prosciutto cotto a fette quadrate e il pane *da toast*?), e adesso, come molti di voi, mi sto svegliando dal torpore ipnotico, mi devo forse sentire in colpa? No, grazie.

Se non acquisto il superfluo? Anzi, il dannoso? Perché questi sono i messaggi. Ma allora mi sa che non si è capìta, la lezione che questa famigerata crisi dovrebbe insegnarci. Perché non credo che lo scopo sia quello di riavviare la stessa economia e di ritornare ricchi e di ricomprarci i quattro salti e i tre cellulari. O no? Ogni tanto penso che sia questa, la vera rivoluzione del 2012. Altro che catastrofi planetarie.

Perché, se la vita è una passeggiata in un bosco a primavera, preferisco godermela con uno zainetto leggero, sulle spalle, piuttosto che riempito con venti chili di carabattole inutili, o mezzo litro di benzina ed un paio di scatole di fiammiferi. Figuriamoci poi quei giorni in cui fa freddo e devo attraversare il torrente coi sassi sdrucciolosi, e inizia a grandinare, ed ho per mano una bimba di 4 anni che mi guarda e cerca di capire come si fa a non cadere in acqua…)

Scusate lo sfogo. E buon appetito.

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23 comments

  1. zac ha detto:

    primo!
    scusate. …è che questo articolo me le tira proprio fuori certe riflessioni.
    Qualche tempo fa stavo svolazzando tra i post pubblicati dagli “amici degli amici” di un noto social network, e mi sono imbattuto nel commento di un padre disperato. Il poveretto si lamentava che la figlia gnappa (suppongo intorno ai 10 anni) esercitasse una pressione continua e costante per ottenere il più spesso possibile uno di quegli snack al cioccolato col nome da cibo per gatti. Il punto è questo: come ci siamo arrivati? In quale momento gli alimenti hanno perso i normali nomi comuni di cosa per ottenere nomi propri di persona? Perché io e izn abbiamo insegnato alla piccola peste a chiedere (e a vedersi spesso negare – che è un premio, mica la regola!) un pezzetto di cioccolata e non “Stuppo, leggero fuori e inutile dentro”?
    Perché la carne di manzo in scatola ricoperta di gelatina si chiama ormai in un certo modo, i fazzoletti di carta così e la carta casa cosà? Credo che sia molto importante sforzarsi di ricominciare a chiamare le cose con il loro nome invece di usare quelli inventati dal marketing e dalla pubblicità (lo dico da esperto di comunicazione, ce stanno a fregà…), perchè le parole SONO determinanti. Guardate cosa succede in politica o in televisione… le definizioni che diamo plasmano, circoscrivono e delimitano ciò che ci circonda. Pensate solo all’abuso che si sta facendo da un po’ di tempo a questa parte della parola “naturale”, svuotata di qualsiasi significato concreto… (a proposito, anche la candeggina ha la lista di ingredienti più corta che c’è, non significa che sia sana).

  2. Giò ha detto:

    solo poche parole: Claudia sei una persona meravigliosa!!
    e ben vengano i tuoi sfoghi che, almeno credo, tutti i pastonudisti condividono in pieno!

  3. marta ha detto:

    Ciao :) giusto sabato ero a farmi tagliare i capelli e sentivo due ragazze che parlavano dei figlioletti: “da ieri non vuole più il biscotto sciolto nel latte della sera…allora gli ho comperato il nesquick!” Eccerto, il bambino dimostra che non ha bisogno di roba dolce nel latte e che si fa? gli si butta dentro il cacao solubile. boh.

  4. roberta cobrizo ha detto:

    grazie. è bello leggere -ben scritto- ciò che già si pensa.
    è dura, è vero, ma ce la si può fare.

  5. zac ha detto:

    rieccomi, che le considerazioni erano due…
    Ripensavo alla polemica vegetariano/carnivoro e il mio punto di vista è questo:
    se non siete vegetariani siete (siamo) abituati male.
    Mi spiego: tutti noi mangiamo carne, spesso troppa, spesso sconosciuta. Conosciamo ogni tanto il macellaio, qualche volta l’allevatore, ma ormai è praticamente impossibile conoscere l’animale. Prima non era così.
    Una volta c’erano uno, al massimo due gradi di separazione tra noi e l’animale che si sacrificava per nutrirci. Lo conoscevi da piccolo, lo nutrivi, te ne curavi. Nel Lazio capita ancora che i contadini chiamino il maiale Giorgio o Carlo, come uno di famiglia.
    I vegetariani inorridiranno, ma la mia ferma convinzione è che bisognerebbe quanto più possibile uccidere da soli gli animali che si mangiano.
    Per due motivi: uno, se hai cresciuto un animale e lo accompagni nel suo ultimo viaggio, avrà meno paura e, per quanto possibile, soffrirà meno. Due, se togli la vita a un essere vivente, non lo fai mai tanto per mangiare qualcosa e rispetti molto di più il suo sacrificio.
    La nostra società ci ha fatto dimenticare da dove viene la carne. Con il paradosso che ormai siamo divisi in due tribù: quelli che vedono l’animale con gli occhioni anche quando è nel piatto, e quelli che pensano che nei campi pascolino bistecche. Le massaie vorrebbero che tutte le bestie del creato fossero vitelle, e che tutte le vitelle fossero fatte solo di filetto e controfiletto.
    La carne ormai è un oggetto, confezionato in vaschette sterili e afferrato dal banco del supermercato quasi senza guardare, come se fosse un prodotto industriale.
    Non lo so… a volte penso che niente avviene per caso. Che fosse più giusto doversi cacciare e pescare la carne dopo giorni di appostamenti, inseguimenti e dopo tutto il lavoro per uccidere, macellare e preparare la carne perché fosse commestibile, in modo che fosse necessariamente più raro mangiarne. E che niente di quella vita dovesse andare sprecato con leggerezza dopo tutto l’impegno e l’energia utilizzata prima dall’animale e poi dall’uomo.

  6. marcella ha detto:

    Claudia, avrei potuto scriverlo io questo post, ma siccome non ne sarei stata minimamente capace… per fortuna esisti!
    Come ti capisco!!!
    E come ho detto recentemente ad una signora al supermercato che stava disperatamente cercando verdura di provenienza italiana ( e non l’ha trovata!): fare la spesa è diventata una lotta!
    Per tutto: per la provenienza dei cibi, per il loro contenuto in zuccheri e grassi non ben identificati, per certe materie secondarie, per i coloranti, per i conservanti!
    E anche con il bio si sta andando in questa direzione…
    E allora… cerco di fare in casa il più possibile, e, come te, ieri mi sono fatta una tortina semplice, che probabilmente era come quella che mangiava mia nonna.
    Studiando macrobiotica mi sono accorta che, soprattutto le nuove generazioni, se non cambiano, saranno destinate a morire uccise dal cibo che ingurgitano ogni giorno.
    Ma è molto più facile ( e molto più remunerativo) dire ad una massa di gente di prendere una certa pillola, piuttosto che dire di cambiare dieta.
    Grazie di esistere, pastonudisti!

  7. Giordano Mancini ha detto:

    Abbiamo gli stessi genitori, Claudia? Sembrano stakanovisti della tavola e della dispensa. Hanno i loro tempi, le lune da osservare e la calma di chi consapevolmente pensa che avere fretta è inutile. Infatti è sufficente prepapararsi in tempo per non avere fretta. Tutto qui. L’inutilità della fretta, del produrre e di rientrare del P.I.L. che ci conteggia tutto:

    -comprare dei cibi al supermercato e consumare benzina per andarci
    – mangiare male e in fretta
    – comprare cibi da congelare e consumare energia elettrica
    – scongelarli e consumare energia elettrica
    – mangiare prodotti dannosi alla salute
    – stare male, infatti dopo che mangi male stai, per l’appunto male
    – se stai male vai dal medico e consumi benzina per andarci
    – ti prescrivono dei medicinali e stai male ancora di più per via di principi attivi che ti danneggiano
    – fare poca attività fisica, soprattutto perchè non hai tempo di farla

    … e il giro è sempre quello fino a che ci lasci le piume …

    Mia mamma da dicembre a marzo stacca il frigo e usa la dispensa in cantina. Oggesù, stacca il frigo? Si stacca il frigo, a che serve il frigo se hai una cantina con 4/6 gradi costanti in inverno? Consumi le cose che ti servono, compri solo le cose che ti servono e una volta mangiate non ci sono avanzi.
    Sto (lentamente e molto a fatica) anche io tentare di ridimensionare le mie abitudini e cerco di migliorare la qualità del cibo che mangio. Sto molto meglio, le analisi mediche annuali sembrano quelle di un ventenne. Compro quello che mi serve, e la cosa sorprendente è che se compri solo quello che ti serve sfuggi al conteggio del P.I.L., se ti mangi i tuoi pomodori non lo sa nessuno e sfuggi al P.I.L.

    La tua, cara Claudia, è un’attenta e teutonica analisi della qualità della vita, di una vita che si misura con poche cose, ma che è molto più attenta e consapevolmente serena di quelle vite che hanno sempre fretta.
    Brava Claudia, brava IZN e un abbraccio a tutti.

  8. il fauno anaune ha detto:

    Questo post è ispiratissimo, si vede che ti appassiona l’argomento, che senti sulla pelle di doverne parlare.
    Io il viaggiare leggero l’ho sempre interpretato come mangiare quello che trovo, includendo macrobiotico, mecdona, smacafàm e stamppot (un giorno te ne parlo, dello stamppot). Come ripete ancor oggi mia madre, fino all’ossessione: mangiare poco ma di tutto. Includendo, appunto, le cose con le tossine dentro.
    Ci sono arrivato dopo un percorso fatto di sforzi contro me stesso, ragazzino petizzo della mia generazione, ma ci sono arrivato. Il prossimo passo sarà il mangiare consapevole, ma lasciamici arrivare un po’ alla volta!

  9. Cleofe ha detto:

    Claudia, leggere il tuo commento è stato come aver ricevuto uno schiaffo..
    condivido in pieno
    mi spavento, però, ho paura insomma di come siamo potuti arrivare a tutto questo..
    e la falla del petrolio non smette!!!..non sanno più cosa fare!!

    un attimo.. un attimo.. non credere che non mi batta giornalmente con i problemi del vivere quotidiano… l’acquisto dei cibi, mangiare poco e variato preferire le verdure alla carne (non a caso vado da Elena ) aver avuto due cancri, certo, non ha reso la mia vita spensierata, però me l’ha resa leggera… questo si .
    condivido in pieno le teorie di Alex Langer e sono felice che tu riesci a dire cose che io non riesco a esprimere. grazie

  10. Paola ha detto:

    E’ da molto che leggo questo blog e solo settimana scorsa sono passata al ruolo di lettrice attiva.
    Inutile dire che condivido le tua parole; cercare di viverle nella concretezza di ogni giorno è talvolta difficile e impegnativo ma è spesso fonte di piccole e grandi soddisfazioni.
    Forse un po’ più di consapevolezza e un maggior senso di responsabilità verso se stessi e verso gli altri farebbero bene a tutti.

    Mi permetto di aggiungere due libri che sabato ho preso in biblioteca, chè non si può riempire la casa si carta ;-)

    Manifesto per la felicità
    Ribellarsi è giusto

    Grazie per il bel post
    Paola

  11. izn ha detto:

    Uno dei link interessantissimi che hai collegato all’articolo parla di amnesia culturale. Questa è forse la cosa che in assoluto mi colpisce di più, ormai da tempo. Come è stato possibile che la saggezza dei nostri bisnonni (perché si tratta di varie generazioni: nè mia madre nè mia nonna conoscevano l’influenza della luna sulle cose della terra, per dire) sia stata perduta, volatilizzata?
    Come mai ne abbiamo solo poche briciole, che conserviamo gelosamente e alle quali ci attacchiamo come se dovessero sparire di nuovo da un momento all’altro?

    Forse perché le conoscenze le apprendiamo dai libri, e queste, seppur fondamentali, forse più importanti di tutte le altre, facevano parte di una cultura orale, che non è riuscita a passare oltre?

    Come ha potuto l’umanità – tutta, a quanto pare – forse leggermente meno l’estremo oriente, ma poco ne so purtroppo della loro cultura – essere così presuntuosa da pensare di poter fare a meno di tutto quello che si sapeva? Credere che le nuove ed entusiasmanti conoscenze potessero seppellire quelle che già c’erano?

    E mi chiedo, se le cose fossero andate diversamente, se non ci fossero stati interessi economici (autolesionisti alla lunga, come tutte le cose che prescindono dall’interesse comune), se insomma si fosse riusciti ad integrare vecchio e nuovo, dove saremmo a questo punto? Quanto più avanti, quanto più intelligenti, quanto più sani e quanto più felici?

    Non riesco neanche a capire chi bisognerebbe colpevolizzare, se gli industriali, i pubblicitari, i supermercati e tutta la catena conseguente fossero davvero consapevoli della rovina alla quale ci stavano mandando incontro… e alla quale stavano mandando incontro la loro stessa discendenza. Mi sembra impossibile che non abbiano pensato a questo, che ancora oggi questa gente non pensi alle conseguenze di ciò che fa.

    Perdonatemi… avrei ancora un sacco di altre cose da dire e da chiedere, ma lo farò nel tempo… man mano che continuo a scandalizzarmi. Dovremmo tornare a scandalizzarci tutti, invece di fare gli uomini di mondo, sarebbe la cosa più sana da fare.

    Un primo passo verso la consapevolezza.

  12. roby ha detto:

    certamente fin quando ci sarà qualcuno che recupera qualcosa, ci sarà speranza, e questo noi lo dobbiamo ai nostri figli e nipoti, alle generazioni future, recuperare tutto ciò che è la cultura, il sapere ed il buon fare.
    ci hanno travolto, ci siamo lasciati travolgere, abbiamo a nostra volta coinvolto e travolto, ma c’è un tempo sano per le coscienze e ogni giorno si deve combattere il doppio, perchè la discesa è veloce ma la risalita molto più faticosa, ma possibile se la coscienza si espande e questo sta accadendo

  13. claudia ha detto:

    accidenti…mi fa proprio piacere non essere da sola, a sentire questa sorta di disagio: grazie veramente, questi commenti sono particolarmente importanti, per me.

    Allora, prima di tutto rispondo al Fauno Anaune: esattamente quello che mi ha sempre detto anche mia madre: mangiare di tutto un poco (anche tortazze con dieci centimetri di panna, per i compleanni dei familiari, anniversario di matrimonio -dei miei- e feste comandate, piú o meno…eh eh). Ma forse lei si riferiva piú a unti e grassi “sani”, a polenta e puntine o salsize, per dirla alla trentina. O al coniglio che il vicino porta a mo´ di ringraziamento per il fatto che mio padre gli lascia l´erba tagliata e le patate troppo piccole o il pane vecchio. Credo non si riferisse a coloranti conservanti antiossidanti addensanti e -anti vari, adesso che ci penso. Comunque sia, penso che ci siano varie fasi, nella vita. Il mio amico bulgaro, un saggio, dice sempre che fino ai trent´anni si puó mangiare di ogni, che tanto il corpo si “svelena” da solo. É dopo i trenta che si dovrebbe prestare attenzione. E dopo i quaranta si sente subito, a quanto pare, se ci si ingozza di porcherie. Insomma, mi sa che é un po´ come perdere una notte di sonno…i tempi di recupero sono …ehm…ecco…diversi! Mi sa che tu puoi permetterti ancora qualche porcheria…e poi credo che tu sia giá abbastanza consapevole…mmm…in effetti mi meraviglio che tu mi legga, ora che ci penso…;-))

    @Zac: sai che alla cosa dei nomi non avevo mai pensato? Accidenti, é dalle 11.07 che mi ronza in testa; e ti assicuro che ho fatto duemila cose, oggi, ma ´sto fatto ritornava e ritornava. E ci penso anche ora.
    Anche sul fatto della carne, concordo in pieno. Sto leggendo questo, ora, e anche lui come molti altri (Montanari, solo per citare il piú conosciuto, in Italia) fa un´analisi molto interessante sul consumo di carne nelle diverse epoche e culture. Anche Pollan riprende l´argomento, e con molto criterio. Alla fine non si possono non dire le stesse cose: mi sa che ci faccio un post…che dici, Izn?

    @Giordano: che ridere…devo chiedere a mio padre dove ha fatto il militare, che per altro non é che viaggiasse molto…sarebbe anche felice, mi sa, visto che ha tre figlie femmine! ;-)) Comunque hai ragione tu, ragionissima!!
    Anche i miei, l´inverno, vanno di verze e patate e tutti i tipi di cavoli e porri…che, poi, manco li tengono in cantina: nell´orto, riparati dal muro della casa, si lasciano, che una gelata li rende ancora piú buoni!!! Sai che, ora che mi ci fai pensare, i miei hanno un frigorifero di quelli piccolissimi, alto tipo un metro? E ce l´hanno di sicuro da piú di vent´anni. Che una volta ho anche chiesto loro perché non lo cambiassero, magari per uno piú grande, e mi hanno guardata come se fossi una marziana, non capendo…

    @Paola: grazie dei link: moolto moolto interessanti davvero. Appena avró una biblioteca italiana sotto mano, mi fiondo (o per la serie: altri due titoli sicuri, da mettere nella mia lista-di-libri-si-sa-mai-qualcuno-chieda-cosa-voglio-che-mi-spedisca!)

    @Izn: esatto. E, in piú: la foto é b-e-l-l-i-s-s-i-m-a, che appena l´ho vista ho provato la sensazione di aver mangiato pesante, ma cosí pesante, ma cosí pesante…che mi stavo per alzare e farmi una tazza di acqua calda col limone! (scusate, ma é una specie di gioco, che non voglio sapere che foto metterá Izn a commento del post – e comunque lei non me lo direbbe mai!)

  14. cricri ha detto:

    AMEN!

    (io, invece, sono cresciuta a merendine e creme da spalmare e patatine fritte e pancarré e maionese e surgelati vari. Sono io che ora insegno a mia mamma cosa e come mangiare, qualche volta litigo pure visto che rimpinzano mia figlia-sua nipote di patatine e merendine e caramelle perché ‘poverina, tu non gliele fai mangiare’).

    Grazie per lo sfogo.

  15. barbara67 ha detto:

    grazie Claudia, sono le stesse riflessioni che sto facendo anch’io da qualche mese e tu come al solito sai esprimerle meglio di me :-)
    il bello qui è che stiamo percorrendo tutti lo stesso cammino, come pellegrini sulla via Francigena, lo strano è che è più un cammino all’indietro che in avanti. perché l’avanti è tutta una fregatura.

    la cosa su cui ci hanno fregato secondo me è che ci hanno fatto diventare tutti una massa di rammolliti, di bambascioni, di senza p.
    insomma, le cose un tempo salvo rare e precise eccezioni o si facevano da soli o non si facevano affatto,
    adesso invece è tutto delegato ad altri e quando dico tutto dico proprio TUTTO. da esseri completi plurifunzionali quali eravamo ci hanno fatto diventare robottini iperspecializzati concentrati su un’unica cosa: il consumo. tutto il resto è ritenuto superato dalla cosidetta modernità.

    sulla generazione precedente la nostra non mi faccio illusioni. quelli come i tuoi genitori sono eccezioni preziose, tienteli cari. per il resto mi sa che vale quel che ha detto cricri qui sopra.

    baci :)

  16. claudia ha detto:

    Roby, grazie!
    @Cricri e Barbara67: no, non é che i miei genitori sono eccezioni…é che sono vecchi! Nel senso che io sono l´ultima nata, e loro erano giá…ehm…maturi (sia mai che qualcuno con l´internet legga e poi glielo vada a dire…meglio usare termini carini ;-)). Mio padre é del ´26 e mia madre del ´30, quindi credo siano l´equivalente dei vostri nonni, piú o meno. Ma ti assicuro che ne dimostrano almeno dieci di meno (e dico almeno, che sono venuti fin quassú a trovarmi, qualche mese fa, e dovevate vederli: noi stravolti, a fine giornata, e loro che si sono fatti scarpinate e scarpinate e pensavano a cosa fare il giorno dopo…)

  17. grace ha detto:

    Finalmente qualcuno che la pensa come me,molte volte mi sembra di combattere contro i mulini a vento.

  18. Francesca ha detto:

    viaggiare leggero…mi sembra più che giusto, come anche “non è nemmeno un fatto di bio o non bio. Perché anche il bio si è industrializzato, e ci si deve districare anche con quelle, di etichette, ora”. ciao e complimenti

  19. elena ha detto:

    Cara Claudia, che magnifico post!

    Penso che il grande successo che la Bioterapia Nutrizionale incontra sia dovuto in parte al bisogno di ritrovare radici culinarie “che curino”.

    E’ proprio vero quello che dice il tuo amico, sino ai 30 si può fare realmente ciò che si vuole, il corpo (di solito) ce la fa a recuperare; e sono anche concorde con quello che dice tua madre, mangiare tutto ma con moderazione ma che sia di buona qualità.

    Associare bene gli alimenti aiuta ma recuperando un pò di buon senso non c’è bisogno di me che dica “questo va con quello e questo no”; se recuperassimo la capacità di ascoltarci lo sapremmo anche da soli cosa va bene cosa no.

    L’altro segreto è “mischiare poco”; se scindi in fattori primi riesci meglio a capire cosa ti ha dato fastidio. E questo calza molto anche con il “viaggiare leggeri”.

    Insomma, che gran bel posto “il pasto nudo”!
    :-)

  20. silvia ha detto:

    mi sento sempre più “consapevole” del posto in cui sono. nel pasto nudo intendo. e, quando mi sento a disagio, faccio un salto qui e torno a sentirmi meglio. la foto è me.ra.vi.glio.sa, claudia ha scritto il mio pensiero esatto, zac ha sottolineato e chi commenta aggiunge. si viaggia leggeri si…ma grazie al fatto che ci dividiamo anche i pesi e ognuno di noi porta qualcosa.

  21. claudia ha detto:

    @Grace: no-nno-nno: altro che sola! Siamo sempre di piú!

    @Francesca: sul bio industriale Pollan ci ha scritto parecchio (solo per citare il piú conosciuto). Magari in uno dei prossimi post ne parliamo, che c´é molto da dire, mi sa.

    @Elena: hai ben ragione…ma é un percorso lungo, e intanto che impariamo, ben vengano gli aiuti di chi ha studiato (non ti ripeto piú che aspetto il tuo prossimo post, altrimenti mi tiri qualcosa ;-)!

    @Silvia: ecco, anch´io. ;-)

  22. Melanie ha detto:

    Ciao Claudia,
    sono approdata solo oggi a questo blog…Stavo facendo la lista della spesa, pensavo “10 minuti e poi mi metto al lavoro”.
    Su una ricetta che stasera voglio provare c´era “Butterschamlz” (anch´io abito in Germania) e…sono finita qui! Dal Ghee di lzn, alla pasta madre, al pane, fino al tuo bell´articolo sulle fasi lunari ed adesso qui! Devo smettere, altrimenti non produco oggi ;-)
    Bell´articolo! A me piace andare a fare spesa/spese e rendermi conto che la mia mente é li, presente e attenta, con me, le mie voglie e , perché no, il portafogli! Alla fine l´acquisto diventa a volte complicato ma pieno di soddisfazioni che durano nel tempo. Non si tratta piu di appagare un desiderio. E´subentrato qualcosa di piú complesso, piu difficile da soddisfare ma anche piú strutturato di un desiderio cosidetto istintivo: la consapevolezza! E non c´é niente da fare! Anche quando vorresti pensarci meno….lei é lí che pensa oserei dire per te!
    Per fortuna vedo che stiamo diventando sempre meno mosche bianche…
    E la frase che non esistono brutti tempi ma cattivi vestiti me l´hanno ripetuta anche a me fin dall´inizio! Adesso é bello passeggiare nei parchi senza curarsi se piove o quanti gradi siano!

  23. claudia ha detto:

    Ciao, Melanie! E benvenuta sul pastonudo! (che e’ di izn, veramente, come avrai capito!).
    Ti devo proprio ringraziare, perche’ il tuo commento mi ha fatto rileggere questo articolo, scritto piu’ di due anni fa (quando io e Izn avevamo avuto l’idea di scrivere una sorta di vademecum mensile su cosa “mettere dentro” – nel senso di cibo – in sintonia con quello che succede “fuori” -in senso di stagioni). (ringraziare perche’ alcune cose scritte in questo articolo mi servono proprio ora, per un altro progetto :-)).
    Continua a leggere in questo posto magico, che ne vale la pena (ah, nel frattempo io non sono piu’ al freddo nevoso butterschmalzoso tedesco, ma al caldo dell’estate sudafricana! E un poco la Doicilandia mi manca, ogni tanto…;-))

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