“È la dose che fa il veleno”, parole sacrosante di Paracelso. Una verità che riguarda non solo i veleni veri e propri, ma tutte le sostanze che ingeriamo a vario titolo: i farmaci, i contaminanti e perfino i nutrienti apportati dagli alimenti, cioè i grassi, i carboidrati, le proteine e l’estesa gamma di vitamine e minerali.
l'affaire olio di palma
Soffermiamoci sui nutrienti che ingeriamo in maggiore quantità. Le proteine sono indispensabili per la crescita e per tante altre funzioni ma, se si eccede, si rischia di acidificare in maniera deleteria il sangue e di intossicare l’organismo per l’incapacità del rene di smaltire le scorie azotate.
Stesso discorso per i carboidrati: nella giusta quantità ci danno l’energia di cui abbisogniamo per lavorare e pensare, ma se ne ingeriamo in eccesso, l’insulina nel sangue va fuori controllo e allora si rischia di brutto in termini di insulino-resistenza e sindrome metabolica, con tutti gli acciacchi che ne conseguono, obesità e diabete in primis.
Non fanno eccezione i grassi. Ne abbiamo bisogno ma anche per loro vige la regola di evitare l’abuso. Per quelli saturi, i dietologi hanno di recente fissato una razione giornaliera pari al 7% delle calorie totali (per una persona che consuma 2000 kcal al giorno significa non andare oltre i 16 grammi). Stando ai risultati di alcuni lavori scientifici, se si va oltre questa soglia, il colesterolo va fuori controllo e si rischia così di andare incontro a malattie cardiovascolari.

In realtà quest’affermazione pecca di eccessivo schematismo, in quanto alcuni (acidi) grassi saturi, come quelli a catena corta (l’acido butirrico, ad esempio) sono benefici per il nostro organismo, altri invece non hanno niente a che vedere con la salita del colesterolo, altri ancora, come l’acido palmitico, possono aumentare il colesterolo soltanto se sono localizzati nella molecola di grasso in un determinato punto della struttura.
Inoltre l’effetto ipercolesterolemizzante dei grassi saturi si verificherebbe soltanto se sono bassi i livelli di acido linoleico (un acido grasso polinsaturo della serie degli omega-6).

Dunque, se giudicati secondo l’aforisma di Paracelso di cui sopra, grassi, proteine e carboidrati pari son. Ma allora – viene da chiedersi – perché i consumatori non stanno alla larga da bevande e merendine che, se una mamma non è accorta, possono apportare ad un bambino una montagna di zucchero, e sono tentati da diete iperproteiche folli come quella Dukan, mentre sono terrorizzati dall’olio di palma per il suo alto contenuto in grassi saturi?
È un vero intrigo in cui l’assassinato (metaforicamente parlando) è il consumatore e l’assassino è… ma andiamo con ordine.

Atto I

Entra in scena la lobby della soia. Anno di (dis)grazia 1976.
L’America, grazie alle ricerche del Dr Keys, scopre la bontà della dieta mediterranea, e di riflesso l’assurdità della sua dieta fatta di tanta carne e tanto grasso (oltre che di tantissimo zucchero). In questo scenario fa la sua apparizione la potente lobby americana della soia. Costei sta vivendo con molta preoccupazione l’impennata delle importazioni di olio di palma nel suo paese, perché teme la perdita del suo primato commerciale per la vendita dell’olio di soia (e la conseguente riduzione dei profitti). Infatti dal 1964 al 1975 le importazioni americane di olio di palma sono aumentate di circa 3 volte, e ciò grazie al fatto che quest’olio, oltre che costare poco per l’elevata offerta dovuta all’elevata produttività delle palme e alla sua provenienza da paesi poveri come le Filippine, ha delle virtù tecnologiche che l’olio di soia e gli altri oli di semi non hanno. Infatti, proprio per il suo elevato contenuto in acidi grassi saturi, l’olio di palma (e quello di cocco) sono solidi a temperatura ambiente e irrancidiscono molto lentamente, due qualità molto appetite dall’industria alimentare.
Immaginateveli ora questi potenti uomini di affari che discutono con i loro avvocati e consulenti, pagati fior di milioni di dollari, per trovare il modo di limitare le importazioni di olio di palma. Alla fine la decisione è presa: chiedere alla House Committee on Agriculture (la commissione di uno dei due rami del parlamento americano che tratta le questioni agricole dal punto di vista legislativo) di approvare una legge che renda obbligatoria la scritta “health warning” sulle etichette delle confezioni contenenti olio di palma, allo scopo di avvertire i consumatori dell’elevato contenuto di grassi saturi di quest’olio.
Il disegno di legge non passa, con la motivazione che quella scritta avrebbe potuto creare un pandemonio a livello internazionale, potendo configurarsi come un tentativo di creare una barriera commerciale discriminatoria (a favore dell’olio di soia) e quindi dare adito a contestazioni (e ritorsioni).

Atto II

Entra in scena il magnate ossessionato dall’olio di palma.
A questo punto – non sappiamo se sua sponte o spinto da qualcuno interessato a bloccare le importazioni di olio di palma – entra in scena un magnate americano, Philip Sokolof, che è reduce da un grave infarto. Fonda un’associazione che chiama messianicamente “Heart Savers” e la dota di un milione di dollari. Il primo atto è quello di spedire 11000 lettere agli industriali del settore alimentare per dire loro che, se non vogliono essere responsabili della morte di un incalcolabile numero di future vittime per attacchi di cuore, devono rimuovere l’olio di palma dai loro prodotti (per il suo elevato contenuto in grassi saturi).
Da tener presente che all’epoca di questa crociata l’americano medio ingurgita con gli alimenti oltre quindici grammi di grassi saturi al giorno, di cui gran parte – quasi 8 grammi – provenienti dall’olio di soia, e solo un grammo scarso dall’olio di palma. Quindi, a rigor di logica, si sarebbe dovuto criminalizzare più l’abuso del primo che il consumo, modestissimo, del secondo.
Poiché l’industria alimentare si mostra piuttosto freddina di fronte alla sua sollecitazione (come ho detto prima l’olio di palma ha pregi tecnologici che l’olio di soia e di altri semi non hanno), Mr Sokolof, forte dei suoi milioni di dollari, invade le pagine dei principali quotidiani con proclami contro l’olio di palma e accuse dirette agli industriali alimentari di “avvelenare l’America” con i grassi saturi degli oli tropicali (di palma e di cocco). Nei manifesti pubblicati nei giornali appare anche la lista dei prodotti alimentari in commercio contenenti grassi saturi e le relative quantità.

Atto III

Entra in scena un’associazione di sapientoni.
A dar man forte a Mr Sokolof nella sua crociata anti-olio-di-palma ci pensa il “Centre for Science in the Public Interest”, una sorta di Associazione per la difesa dei consumatori, fondata nel 1971 da un microbiologo e da alcuni uomini di legge. Punta decisamente l’indice contro gli oli tropicali, sempre per il loro alto contenuto in grassi saturi, e invita l’industria alimentare a sostituire l’olio di palma con l’olio di soia e oli di altri semi dopo averli resi solidi a temperatura ambiente mediante il processo di idrogenazione.
Fu così che un colosso come Burger King’s si convince a sostituire l’olio di palma con gli oli di semi idrogenati. Il suo “Chicken tenders” in olio vegetale idrogenato, appunto, viene magnificato dal già citato Centre for Science in the Public Interest come “un regalo per le arterie degli americani”. Pian piano tutte le altre catene di fast food e l’industria alimentare seguirono l’esempio di Burger King’s. Come sapete, l’America ha sempre dettato legge anche in fatto di tecnologia alimentare e così è accaduto che pian piano i grassi idrogenati si sono diffusi in ogni dove, anche da noi, sotto forma soprattutto di margarina, propagandata come amica del cuore. Mentre invece…

Epilogo

Arriva la scomunica da parte della scienza per i grassi idrogenati.
La ricerca prova che il processo di idrogenazione degli oli vegetali porta alla formazione degli acidi grassi trans e che questi sono deleteri per il cuore molto di più dei grassi saturi perché anche in piccole quantità aumentano il colesterolo cattivo e diminuiscono quello buono. il Dr Robert Eckel, già presidente dell’American Heart Association afferma che “la nostra Associazione non considera accettabile sostituire i grassi saturi con grassi trans”. Che è un po’ come dire (alla romana) “Aridatece l’olio di palma!”. Dovremmo quindi parlare dei movimenti ecologisti che accusano i produttori di olio di palma di distruggere la foresta per piantare coltivazioni di palma e quindi di attentare alla biodiversità e aumentare le emissioni responsabili del riscaldamento del pianeta. E chi ci ritroviamo in questa diatriba? Ancora il Center for Science in the Public Interest con un report intitolato: “Crueil Oil: How palm oil harms health, rainforest and wildlife”. Ci risiamo. Questo Center sta rischiando un’altra brutta figura? La risposta alla prossima puntata, ovviamente se izn non mi sospende questa serie per “scarsa audience”.

Una riflessione finale

Una lobby, un magnate ossessionato dall’olio di palma, un Center che presuntuosamente si vanta di avvalersi della scienza per fare gli interessi dei consumatori e, ovviamente, i media.
Sono gli ingredienti che in maniera paranoica trasformano una mezza verità scientifica (i grassi saturi, se consumati in eccesso, fanno male) in una menzogna colossale (l’olio di palma attenta alla nostra salute) dalle gravi conseguenze per tutti noi (l’ingestione di trans). State attenti, cari lettori e care lettrici, quando navigate in rete, perché di casi del genere ce ne sono e come.

Post scriptum

Con questi miei interventi non intendo fare pubblicità a favore dell’olio di palma e degli oli vegetali non idrogenati. Io consiglio di seguire sempre una dieta fatta prevalentemente di prodotti freschi, e di alta qualità, e di evitare per quanto possibile gli alimenti industriali (è in questi che si può trovare l’olio di palma). Mi premeva solo evidenziare come si può ad arte spostare l’attenzione del consumatore dalla trave alla pagliuzza. La trave è rappresentata dall’eccessivo consumo di prodotti industriali di cattiva qualità che fanno male non tanto per l’eventuale presenza dell’olio di palma quanto per il loro contenuto di zuccheri, additivi e trans che si formano in caso di idrogenazione degli oli vegetali (proibita nel bio); la pagliuzza è data dalla criminalizzazione, senza se e senza ma, dell’olio di palma per il suo alto contenuto di grassi saturi.